La notte di yami choka

Era più di un’ora che attendavamo. Anisette ci aveva allettate con la promessa di farci assistere a qualcosa di speciale, e noi non avevamo saputo resistere. L’idea di poter partecipare ad una cerimonia o un rituale vodù ci aveva mandate in fibrillazione, e l’attesa prolungata non faceva altro che accrescere la nostra eccitazione.

La luna si ergeva alta nel cielo e brillava in tutta la sua pienezza. La notte era umida e afosa, quasi soffocante, come tutte le notti a Ouidah.

Io, Linda e Simona eravamo sedute sul marciapiede dinanzi alla porta d’ingresso di una casa. Non c’era anima viva oltre a noi e a un cane solitario che gironzolava con la testa bassa, probabilmente in cerca di cibo. Linda diede una rapida occhiata all’orologio. “È quasi mezzanotte, l’ora delle streghe”, disse a bassa voce, e scoppiò in una risata sarcastica. Noi restammo in silenzio, ma il nostro sguardo eloquente esprimeva perplessità. Non si vedeva nessuno all’orizzonte. Anisette ricompariva di tanto in tanto, giusto il tempo necessario a rassicurarci. “Stanno per arrivare”, e subito dopo si volatilizzava, esattamente com’era apparso. Una visione fugace. Quasi un fantasma. D’altronde non avevamo scelta. Non sapevamo dove ci trovavamo e non c’era nessuno che potesse riaccompagnarci alla Maison. Non ci restava che attendere. Prima o poi qualcosa sarebbe accaduto.

Stavo per accendermi una sigaretta quando udimmo un rullo di tamburi. Dapprima un suono lontano e confuso, dal ritmo lento e regolare, che pian piano si intensificò. Si percepiva sempre più vicino, ma ancora non si vedeva nessuno. Linda guardò nuovamente l’orologio ed esclamò estasiata “Ragazze, inizia la danza!”. Io ero sempre più perplessa. Mi aspettavo di trovare orde di turisti a cui era stato promesso qualcosa di veramente speciale. Invece, eravamo le uniche bianche. Magicamente, Anisette si materializzò davanti ai nostri occhi. “Mi dispiace, Linda è l’unica autorizzata a fotografare. Voi due potete solo assistere alla cerimonia.”. “Poco male”, pensai. “Quantomeno usciranno delle foto degne di essere guardate!”

All’improvviso calò il silenzio. Durò solo pochi istanti. Una litania a noi incomprensibile si levò nell’aria, colmando il vuoto lasciato dal rullo dei tamburi. Lentamente, uno dopo l’altro, apparvero degli uomini vestiti di bianco. Iniziarono a prendere posto collocandosi l’uno accanto all’altro in file ordinate di quattro o cinque persone. Erano troppi e persi rapidamente il conto. Quando il corteo fu al completo, la litania si interruppe e i tamburi ripresero a scandire il ritmo. Mi guardai attorno in cerca di Anisette, invano. Si era nuovamente volatilizzato. Accanto a me era seduto un vecchio. Mi rivolsi a lui per sapere cosa stavamo aspettando. L’uomo mi guardò stupito e rispose semplicemente “Yami Choka… Yami Choka”. “Yami che???”, lo apostrofò Simona, con un’espressione divertita e preoccupata al tempo stesso. “Yami Choka”, le ripeté Anisette, “la divinità protettrice e accompagnatrice del male. Ma non fate domande e siate discrete, vi spiegherò tutto più tardi. Ora statemi vicine e fate attenzione a non perdervi.”.

Iniziavo a inquietarmi, ma fu questione di pochi istanti perché il rullo dei tamburi si fece più intenso e accelerato, lasciando presagire l’arrivo di qualcuno d’importante. Apparve un ragazzino tra i sette e gli otto anni che indossava un tipico pagne africano annodato in vita e si posizionò davanti al corteo. Tra le mani cingeva la statua di una donna. Immaginai rappresentasse Yami Choka, ma fu un’intuizione che non trovò in Anisette una risposta, visto che era sparito per l’ennesima volta. Il ragazzino sollevò la statua e iniziò una marcia lenta ma solenne, seguita dal corteo di uomini e accompagnata dal rullo incessante dei tamburi. Linda ci fece notare che non si udivano le dolci melodie intonate dalle donne durante le tipiche cerimonie vodù. Mi guardai attorno, e constatai amaramente che non vi era una sola donna presente, oltre a noi tre. Attendevo un’apparizione estemporanea di Anisette, invano.

Ci guardammo con uno sguardo interrogativo. “Che facciamo?”. Ormai il corteo si stava allontanando e di Anisette non c’era traccia. Linda, che non vedeva l’ora di tirare fuori la bimba per iniziare a scattare, prese l’iniziativa. “Ragazze, Anisette è inaffidabile. Ha detto di stargli vicino ed è sparito. Facciamo attenzione a non perderci almeno noi tre e cerchiamo di vivere quest’esperienza incredibile. Ci state?”. Non fu necessario ripetercelo due volte, perché io e Simona eravamo già in piedi, pronte a recuperare il tempo perso. Ci avviammo a passo sostenuto per raggiungere un buon punto di osservazione, avendo l’accortezza di restare ai margini della processione. È proprio vero che la fortuna aiuta gli audaci. La marcia si arrestò improvvisamente e riuscimmo a portarci in prima fila. Uno degli uomini in bianco, che immaginai fosse un adepto, gettò della polvere in terra. Nel giro di pochi istanti si trasformò magicamente in una nuvola di fumo. Il ragazzino la attraversò e riprese a camminare.

Udii una voce familiare. Mi voltai e Anisette era accanto a noi. “Stanno purificando il cammino”, ci disse. E tutti insieme ci incamminammo accanto al corteo. “Posso?”, domandò Linda a Anisette mostrandogli la macchina fotografica. Un semplice cenno del capo e gli occhi di Linda si illuminarono di gioia. Col passo felpato e l’agilità di una gatta entrò in scena e iniziò a scattare. Una serie di istantanee che avrebbero fissato quel momento per sempre. Nessuno sembrava far caso a lei. La marcia si fece improvvisamente più frenetica. Anisette mi prese la mano e richiamò Linda, che con aria interrogativa si avvicinò a noi. Ma non ebbe il tempo di formulare la domanda, perché Anisette ci intimò di tenerci per mano e accelerò il passo, trascinandoci dietro di lui come se fossimo legate l’una all’altra da una corda invisibile. Iniziammo a correre senza quasi rendercene conto. La processione aveva cambiato fisionomia: l’ordine e la solennità iniziali si erano dissolti per lasciar spazio a una corsa folle e disordinata. Un corpo in movimento. Il ragazzino procedeva come se fosse posseduto, e sembrava dover soccombere da un momento all’altro sotto il peso della statua. Ma non l’abbandonò un solo istante. Alta e imponente, guidava maestosa il corteo. Alle voci dei tamburi erano subentrate le urla acclamanti della folla.

Eravamo frastornate. Simona col fiatone, io con la stringa della scarpa slacciata e Linda visibilmente preoccupata per la macchina fotografica. Ciò nonostante, nessuna di noi arrestò la corsa. Ignare di ciò che ci attendeva e facendo semplicemente attenzione a non inciampare, abbandonammo ogni potenziale timore per lasciarci trasportare dal fluido.

Finalmente ci fermammo. Mi guardai attorno tra l’incredulo e lo sbigottito. “Ragazze, ditemi che sto sognando…Siamo o non siamo in un cimitero?”. L’espressione confusa del volto di Simona confermò i miei sospetti. La musica cessò di colpo. Silenzio assoluto. Noi tre ci stringemmo l’una all’altra per farci coraggio, senza riuscire ad emettere nemmeno un suono. Anisette era sparito di nuovo. Una nube passeggera aveva oscurato la luna, unica fonte di luce. Riuscivo a distinguere solo i contorni del viso di Linda e Simona, e le sagome bianche senza volto dei presenti. Udimmo il fruscio di passi che calpestavano l’erba e un sussurro. “È una cerimonia di iniziazione, ma nessuno può assistervi. L’accesso alla foresta sacra è riservato unicamente agli iniziati.” Era Anisette, arrivato giusto in tempo per risvegliarci dall’incubo.

I tamburi ripresero a suonare. Il bambino era scomparso, e gli uomini in bianco stavano danzando sulle tombe, scambiandosi abbracci e intonando canti e preghiere. La luna si riaffacciò e sui volti di Linda e Simona lessi le mie stesse emozioni: sorpresa, paura, entusiasmo, curiosità, ansia. Ci sedemmo su una tomba esauste. La tensione aveva lasciato il posto a una sorta di abbandono. Anisette era li, accanto a noi. Ma non sentivamo più il bisogno di chiedere o di sapere. L’intensità di quel momento era tutto ciò che desideravamo vivere.

Restammo in silenzio, ammirando la danza degli uomini in bianco che sembravano posseduti da forze sovrannaturali e lasciammo vagare la nostra fantasia. Ognuna di noi, credo, stava costruendo la propria storia quando Anisette si avvicinò. “È ora di andare.”, disse semplicemente. E senza profferire parola, ci alzammo e riprendemmo il cammino, attraversando le stradine buie e deserte di Ouidah per raggiungere la Maison.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *